mercoledì 27 febbraio 2013

Herself - album raffinato che arriva da lontano, molto lontano...

Una camera in affitto al quinto piano, una distesa di tetti, la pioggia che scivola sul vetro della finestra, il freddo invernale fuori e il calore intimo all’interno.


recensione herself

by Manuel aka ilSantoalContrario


 E’ questa una delle migliori atmosfere in cui ascoltare "Herself", il quarto album ufficiale dell’omonima, splendida creatura artistica del palermitano Gioele Valenti. L’album scorre dall’inizio alla fine in modo del tutto fluido, quasi come non ci si accorgesse del procedere delle tracce, con suoni liquidi e aerei, carichi di echi, sporchi quanto basta per farli apparire quasi perfetti. Le canzoni di "Herself" sembrano essere quelle “creature divertenti” della terza traccia dell’album, sono loro a galleggiare nella stanza e a riempire lo spazio vuoto. A riempirlo con le musiche e le parole, che si amalgamano formando un universo sonoro e lirico in cui perdersi e ritrovarsi. Per rendere l’idea di che tipo di universo lirico è caratterizzato l’album, basta pensare alla splendida “Tempus fuggit”, in cui la luce di una stella cadente è in realtà un aereo che precipita al suolo. 

Questa e tante altre sono le immagini che colpiscono all’ascolto di quest’album, i cui testi affiorano tra le note con una voce spesso sussurrata e filtrata, assumendo forme melodiche che incastrano le parole in modi per niente scontati. L’universo sonoro è ancora più complesso. Chitarre acustiche sempre presenti, con qualche distorsione che si intromette senza però dare fastidio, note di basso continue che non diventano mai invadenti, archi che appaiono come naturale estensione delle sonorità principali e tanti altri suoni che arricchiscono i singoli brani senza farli mai cadere nell’esagerazione. Perché se poveri sono i mezzi di produzione utilizzati per registrare il disco, quest’ultimo è certamente ricco di emozioni e sensazioni, che contiene al suo interno e che riesce dolcemente a contagiare all’ascoltatore. Merito della ricchezza dei suoni è anche delle due collaborazioni che si ritrovano all’interno del disco, vale a dire quelle di Amaury Cambuzat (Ulan Bator), presente in “Sugar free punk rock” e “How you killed me” oltre che curatore del mastering del disco, e di Marco Campitelli (The Marigold) in Something in this house” e “Passed away”.

E’ dunque un album raffinato, delicato, concepito e realizzato al meglio, che dà la sensazione di qualcosa che arrivi da lontano, molto lontano e che invece è proprio qui vicino.

Manuel aka ilSantoalContrario





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